Linee guida e informazioni su come ridurre la nostra impronta carbonica modificando le abitudini quotidiane sono ormai alla portata di tutti e i regolatori stanno già intervenendo per rendere più sostenibili le pratiche produttive delle industrie in tutto il mondo. Con la digitalizzazione crescente di ogni settore, però, è diventato evidente che non solo comparti tradizionalmente energivori come edilizia, manifattura e aviazione generano elevate emissioni di gas serra (GHG): anche le scelte energetiche, di mobilità e di riciclo delle aziende di servizi hanno un impatto ambientale significativo. In particolare, man mano che il mondo diventa sempre più digitale, l’impatto ambientale dello sviluppo software e dei processi di trasformazione digitale non può più essere ignorato.
Per rendere più sostenibile lo sviluppo applicativo, un numero sempre crescente di aziende tech sta adottando pratiche di green coding. Si tratta di un approccio che sviluppatori e integratori sensibili alla salvaguardia dell’ambiente applicano lungo l’intero Software Development Life Cycle (SDLC) per ridurre l’impronta carbonica dei servizi digitali, contribuendo così a diminuire le emissioni complessive dei propri clienti. Con l’arrivo di standard di rendicontazione sempre più stringenti – come la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) dell’Unione Europea – la capacità di rendere conto delle emissioni lungo tutta la supply chain sta diventando un requisito fondamentale. Questi due provvedimenti, pur rivisti dal recente Omnibus, definiscono gli obblighi di reporting ESG per le grandi aziende e richiedono maggiore trasparenza sulle emissioni indirette e sulla doppia materialità. A ciò si aggiungono standard come ISO 14001 o i principi della Green Software Foundation, che promuovono software in grado di ridurre le emissioni grazie a maggiore efficienza energetica, consapevolezza carbonica, ottimizzazione dell’hardware e altro ancora. Insomma, l’asticella si è alzata. Il green coding è un concetto semplice: sviluppare, distribuire e mantenere applicazioni consumando meno energia. Ma come si traduce tutto questo nella pratica?
Le metriche che contano davvero
Esistono diversi KPI utili per monitorare la sostenibilità del codice. La potenza di calcolo e l’efficienza nell’uso della CPU sono tra i fattori più critici: un loro utilizzo inefficiente porta a consumi energetici elevati e a un aumento dell’impronta carbonica durante lo sviluppo di software e applicazioni.
Lo stesso vale per le soluzioni di intelligenza artificiale: ridurre il throughput non necessario e adottare paradigmi che richiedono meno cicli computazionali è essenziale, perché ogni richiesta mobilita una quantità enorme di risorse. Una scrittura efficiente dei prompt, ad esempio, permette non solo di ottenere risposte più rapide, ma anche di ridurre il consumo di risorse ed evitare sovraccarichi di memoria.
Tra le metriche chiave per valutare l’efficienza dei prompt troviamo:
- Brevità dei prompt: prompt più brevi riducono il numero di token (unità minime di testo in cui una frase viene suddivisa per poter essere elaborata) e quindi il consumo energetico, senza sacrificare l’accuratezza.
- Tempo di latenza: risposte più rapide indicano un minor numero di cicli computazionali.
- Utilizzo delle risorse di calcolo: monitoraggio di CPU/GPU e memoria durante l’inferenza.
- Success rate per iterazione: quanti tentativi servono per ottenere il risultato desiderato. Prompt inefficaci richiedono più iterazioni, aumentando i consumi.
Un altro fattore energivoro è la memoria sovraccarica: variabili globali inutili o ripetute appesantiscono il codice. Un’ottimizzazione fondamentale è quindi scrivere codice pulito, modulare e autoesplicativo, che riduca la complessità di manutenzione ed eviti calcoli ridondanti. Funzioni ben progettate confinano gli sforzi di manutenzione e rendono il debugging più rapido.
L’impegno di Fincons
Fincons integra queste best practice di clean coding in ogni fase del percorso formativo. Dall’onboarding aziendale ai programmi delle Fincons Academy, passando per la mentorship, gli sviluppatori vengono guidati nell’adozione di queste pratiche e incoraggiati a utilizzare il Design Thinking per generare efficienze e nuove opportunità.
«Con l’evoluzione della trasformazione digitale e l’uso crescente di strumenti e soluzioni di intelligenza artificiale, stiamo lavorando per ridurre l’impatto ambientale dei nostri servizi e supportare le aziende che vogliono contenere le emissioni», afferma Riccardo Vescovi, Technology Innovation Hub Group Director di Fincons Group. «È importante diffondere consapevolezza sul fatto che una corretta progettazione architetturale, e persino il modo in cui si scrive il codice, ha ripercussioni molto concrete sui servizi, non solo in termini di performance e costi, ma anche di consumo energetico», prosegue Vescovi.
«Machine Learning e Generative AI sono strumenti preziosi per identificare best practice e adattarle alle nostre esigenze. Abbiamo recentemente organizzato un hackathon interno che ha coinvolto i nostri team di ingegneria internazionali, tra Stati Uniti e India. L’iniziativa ci ha permesso di definire una visione chiara e approcci concreti da adottare», spiega Nicola Lunanova, Manager and Senior Solution Architect del Technology Innovation Hub di Fincons Group.
Perché scegliere partner che fanno green coding
Con criteri di sostenibilità sempre più centrali nelle richieste di rendicontazione e nelle scelte dei consumatori, affidarsi a partner che adottano pratiche di green coding aiuta a rafforzare e comunicare gli sforzi ESG lungo tutta la supply chain. «Le aziende che vogliono essere davvero più sostenibili – conclude Riccardo Vescovi – non possono trascurare l’importanza del green coding e devono considerare seriamente l’impatto sia delle nuove implementazioni software sia del proprio parco applicativo legacy.»