DE&I Committee:
Olga Cursoli - HR Director Italy, CH & International (Europe);
Mara Barni - Group Communication & Sustainability Director;
Bruno Stella - Deputy HR Director;
Tiziana Loporchio - Talent Acquisition Director;
Katia Immer - HR ESM CH&International;
Davide Romano - DPO, Compliance Team Leader
In tutte le nostre interazioni, dai contesti personali a quelli professionali, il linguaggio che usiamo gioca un ruolo cruciale. Le parole scelte raramente sono neutre: definiscono chi siamo e tracciano un contorno, danno un’identità anche alla persona con cui interagiamo, stabilendo se si tratta di “uno/a di noi” o di “un altro/un'altra”. Le scelte lessicali plasmano la realtà, definiscono chi è visibile e chi no, chi si sente parte di una conversazione e chi invece ne resta escluso. Per questo, adottare un linguaggio inclusivo non è una questione di forma, ma di sostanza.
L’impatto del linguaggio sul business
Il linguaggio è uno strumento che crea sicurezza psicologica, dando a chiunque la possibilità di poter fare domande, ammettere errori e segnalare dei rischi senza la paura del giudizio. Nominare correttamente le persone, infatti, le aiuta a sentirsi legittimate e veramente parte del team. Ridurre le micro-esclusioni quotidiane abbassa le barriere fra le persone, generando contributi spontanei, feedback più onesti e costruttivi, e team più coesi.
La percezione di quanto un brand o un’azienda sia inclusiva impatta significativamente anche le performance di mercato. Secondo il Diversity Brand Index, le aziende che vengono percepite come più inclusive hanno in media il 20% in più di fatturato. Questo si traduce in Net Promoter Score (metrica aziendale che misura la fedeltà dei clienti e la loro probabilità di raccomandare un’azienda o un prodotto) più alti per i brand percepiti come inclusivi, una crescita dei ricavi grazie ad una reputazione positiva, ed un employer branding più forte. Otto professionisti su dieci, infatti, considerano l’inclusività e l’attenzione alle persone un parametro chiave per la scelta di un nuovo posto di lavoro.
Perché, non per chi, è importante
Il modo in cui comunichiamo può fare la differenza tra un ambiente accogliente e uno escludente. Termini apparentemente innocui come “gli sviluppatori”, “i manager”, “i ragazzi del team” rischiano di rafforzare stereotipi e rendere invisibile una parte della forza lavoro.
Esempi di linguaggio escludente nella quotidianità aziendale includono frasi come “Ragazzi, chi viene a fare aperitivo dopo lo sprint?”, “Il commerciale deve parlare con il cliente, poi lui ci aggiorna”, “Cerchiamo uno sviluppatore brillante under 30”, o ad esempio riferimenti come “il responsabile IT” o “il capo del personale” in presentazioni al cliente.
Un linguaggio che riconosce e rispetta la pluralità, come ad esempio “le persone sviluppatrici”, “il team di gestione”, “chi lavora nel reparto tecnico”, invece contribuisce a creare spazi in cui tutti e tutte si sentono rappresentati.
L’effetto cumulativo delle micro-esclusioni
Spesso si pensa: “È solo una battuta, sono cose piccole, non succede nulla”, ma la verità è che questo tipo di linguaggio si somma nel tempo. Non è l’impatto di una singola frase detta, ma sono le 10, 100, 1000 volte in cui si rafforza questo linguaggio. Persone che non si riconoscono nel linguaggio utilizzato quotidianamente si sentiranno sempre più invisibili o escluse.
Imparare a esprimersi meglio: il linguaggio neutro
Adottare un linguaggio inclusivo significa, prima di tutto, scegliere parole che rappresentino tutti. La soluzione più efficace è utilizzare perifrasi neutre, forme che evitano di specificare il genere e risultano chiare, accessibili e inclusive per chiunque. Invece di dire “i dipendenti” o “i lavoratori”, ad esempio, si può optare per “il personale” o “le persone che lavorano in azienda”. Piccoli accorgimenti come questo rendono la comunicazione immediatamente più rispettosa e universale, includendo anche le persone che non si riconoscono nell’identità di genere binaria.
Buona pratica è chiedere come la persona vuole essere chiamata e che pronomi preferisce, in modo da evitare l’uso forzato di maschile e femminile. Un altro aspetto fondamentale è evitare espressioni stereotipate che associano qualità o comportamenti a un genere specifico, come “uomo forte” o “donna multitasking”. Questi modi di dire, anche se diffusi, rafforzano pregiudizi inconsci che possono limitare la percezione delle capacità individuali.
Infine, l’inclusione non passa solo dalle parole, ma anche dalla comunicazione visiva e digitale. Le immagini, le emoji, le opzioni di genere nei form e persino gli avatar usati nelle presentazioni o nei canali interni dovrebbero rappresentare la diversità di genere, etnia, età e abilità, riflettendo la realtà plurale della società e del mondo del lavoro.
L’intelligenza artificiale come alleata
L’IA può essere uno strumento chiave per riscrivere comunicazioni in linguaggio neutro, ma bisogna fare molta attenzione, perché l’IA riproduce i bias presenti nei dati di partenza, quindi è sempre necessario verificare gli output finali e utilizzare i prompt giusti.
Prompt utili da utilizzare, salvare e condividere con il team per accelerare l’adozione di un linguaggio inclusivo a livello aziendale sono:
- Riscrittura inclusiva: “Riscrivi questa mail in tono professionale, inclusivo, senza maschili estesi e stereotipi di genere”
- Saluti neutri: “Proponi tre alternative di saluto neutro per un team misto in un’azienda IT”
- Documentazione tecnica: “Mantieni la precisione ma riscrivi questa documentazione con un linguaggio neutro”
- Alternative inclusive: “Trova alternative inclusive per: ‘i nostri clienti’, ‘i nostri sviluppatori’, ‘i responsabili IT’
- Rilevare bias: “Evidenzia i possibili bias che qualcun altro poterebbe leggere in questa comunicazione”
Il ruolo cruciale della leadership e strategia per l’azienda
La leadership ha un ruolo chiave nell’adozione del linguaggio inclusivo. Se manager e responsabili dei team, infatti, utilizzano costantemente il maschile sovraesteso (“Buongiorno ragazzi” invece di “Buongiorno team” o “Buongiorno a tutte le persone presenti”), creano un esempio poco costruttivo. Ripetuto nel tempo, l’utilizzo del linguaggio neutro nelle comunicazioni formali e informali crea pian piano una cultura più diffusa all’interno dell’azienda.
Perché il linguaggio inclusivo diventi la norma per tutti, è necessario un approccio strutturato. Il primo passo è investire nella formazione e nella sensibilizzazione, organizzando workshop, corsi o momenti di confronto per spiegare perché le parole contano e come possono influenzare la cultura aziendale.
Un secondo passo è definire una governance interna che offra esempi pratici e concreti di linguaggio inclusivo e anche soluzioni per rimediare o presentare un reclamo. Un documento condiviso aiuta a garantire coerenza nella comunicazione e a fornire un riferimento chiaro per tutte le persone dell’organizzazione.
Una strategia può essere quella di iniziare con contesti pilota come la scrittura delle mail o documentazioni ufficiali per i clienti, creare uno standard di linguaggio neutro condiviso per il team e condividere prompt efficaci per l’IA con tutta l’azienda. Risulta importante anche raccontare storie di persone che si sono sentite escluse da stereotipi linguistici per aumentare la consapevolezza di questa problematica.
Un cambiamento culturale necessario
Nel mondo tech, dove ancora troppe donne e minoranze faticano a trovare spazio, il linguaggio inclusivo è un primo passo concreto verso un cambiamento culturale più profondo. Non si tratta di “politically correct”, ma di costruire un ambiente in cui ogni voce possa essere ascoltata e valorizzata.
Appartenere significa riconoscersi nel gruppo, se questo si identifica nel valore dell’inclusività, l’appartenenza diventa sia pilastro fondatore che abbraccio. Il linguaggio non è intrinsecamente neutro: dalle parole derivano pensieri, dai pensieri i comportamenti, dai comportamenti la cultura aziendale. Scegliere le parole giuste significa quindi scegliere il tipo di azienda che si vuole essere.